FERMO

Le quattro splendide statue che Emidio Paci scolpì tra il 1808 e il 1810, mantenendo ancora una tradizione che lo portava ad ammirare la grande scultura barocca, erano inizialmente collocate nell’atrio della chiesa Cattedrale e poi, nel 1960 ca, trasferite nella cripta. Collocate ora nel contesto museale e poste di proposito al termine del percorso, assumono un significato forte e preciso.
La visita ti ha, infatti, offerto un richiamo alla fede e ai suoi contenuti, ti ha riproposto la realtà della Chiesa fermana nella sua storia, nelle sue istituzioni, nella liturgia, nel suo essere sacramento di salvezza. Ora stai per uscire da questo luogo e riprendere un altro cammino lungo la strada della vita. Per imboccare la strada giusta, queste quattro virtù sono il “cardine”. Rappresentate dall’artista in figure femminili, in una diversa postura e gestualità, insieme a simboli che ne identificano la natura, invitano a mediare e coordinare fede e vita, Dio e mondo.
Tutte e quattro poggiano su una “roccia”, dove, secondo il vangelo, ogni edificio spirituale dovrebbe essere costruito. E la roccia richiama solidità, sicurezza, durata nel tempo, così come deve essere ogni virtù che non si esprime in atti occasionali, ma in “habitus bene operandi”, cioè, in abitudinarietà, che vuole dire consuetudine acquisita e permanente nell’agire e nel compiere il bene.  

LA PRUDENZA . “Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe” ci ha detto Gesù. La prudenza, infatti, è la perspicace capacità di saggezza che dirige l’intelletto a discernere ciò che è bene. La figura che hai davanti per un verso regge e fissa l’anfora che riversa la grazia divina  e da l’altro doma l’istinto, plasticamente raffigurato in forma di animale recalcitrante.
LA  FORTEZZA. “Estote fortes in fide”: siate forti nella fede, scrive San Pietro.
La figura femminile è allusiva alla “donna forte” del libro dei Proverbi. E’ in posizione tetragona; siede sopra il mondo, ad indicare il dominio sulla realtà terrena; indossa calzari, lorica e clamide: le difese della fede; regge una colonna e la guarda fissamente, quasi a richiamare una decisa volontà di costruire solidamente l’edificio della propria esistenza.
LA GIUSTIZIA. Il profeta Isaia ammoniva: “cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia a l’orfano”. La giustizia è dunque una virtù sociale che si esprime nella volontà di riconoscere, rispettare e promuovere il diritto di ognuno, specie dei più deboli.
Ed ecco allora, dinanzi a noi, una donna, giovane, dinamica, decisa, in atto di levarsi in piedi; le sue braccia allargate e le sue mani compiono gesti opposti: con la sinistra si appoggia su una giovenca quasi a volerla indirizzare rettamente e alludendo al compito di chi governa; con la destra elevata mostra una bilancia, il simbolo della retta amministrazione della giustizia, secondo il diritto.

LA TEMPERANZA. "regula e freno della nostra gulositade” la definisce Dante Alighieri. La temperanza è dunque il dominio di sè, la capacità di controllare e dominare gli appetiti naturali. La rappresentazione dell’artista è in tal senso, quanto mai efficace. La donna è figura di una penitente che vuol liberarsi dalle istintuali inclinazioni: ancora un po’ discinta, con tracce di ornamenti fatui, siede quasi a soffocare una strana fiera\, figura dell’animalesco e incontrollato agire; con un gesto violento allontana da sé lo specchio, simbolo della vanità (vanitas vanitatum et omnia vanitas, direbbe Qoelet!) e da esso si volge decisa con il busto e la faccia, sì da assumere una postura decisamente opposta.